Crea sito

PINK FREUD BLOG

La cultura è l'unica droga che crea indipendenza

Mese: Aprile 2021

Segreti e tradimenti: i segreti dell’intimità

a cura Dr. M. De Iudicibus

Condividere un segreto è uno dei modi più rafforzare e creare intimità. Tutti quelli che condividono un segreto si sentono protagonisti di un rapporto privilegiato e speciale che esclude coloro che non ne sono a conoscenza. Includere ed escludere al tempo stesso, contrassegna di ambivalenza il segreto e spesso lo trasforma in uno strumento di potere. Intorno al segreto, per via della sua duplice natura è sempre in agguato il tradimento: Chi conosce l’esistenza di un segreto e sa di esserne escluso sarà tentato di venirne a conoscenza, inducendo così il tradimento, chi invece custodisce il segreto può tradirlo usandolo come strumento di potere per escludere o includere gli altri. Il segreto crea intimità e condivisione e insieme la possibilità di tradimento: confidare un segreto è una scelta che contempla il rischio di essere traditi, di conseguenza il piacere di condividere un segreto può spingere a superare incautamente il rischio contenuto nella condivisione. Inoltre il piacere, legato al potere di rivelare, allargare la cerchia di condivisione può fare superare ogni remora nei confronti del tradimento, è per questo che svelare un segreto è forse una delle forme di tradimento più diffuse. Ci sono segreti e segreti, ma al di là del contenuto, svelarli rappresenta pur sempre un tradimento. Si possono tradire segreti vincolati da patti espliciti, come quelli che si stabiliscono fra amici, confidenti, militanti di uno stesso gruppo politico o religioso, fra membri di una stessa famiglia, fra coniugi e si possono tradire segreti basati su patti impliciti che si dà per scontato che rimarranno tali, per esempio quelli dell’intimità. I patti espliciti di segretezza sono spesso rafforzati da forme linguistiche rituali: promesse, giuramenti o veri e propri riti d’iniziazione. il rispetto del segreto dipende in questo caso dal tipo di relazione affettiva esistente, piuttosto che dalla forma dell’impegno. Intorno a ogni segreto, comunque esistono sempre riti più o meno formalizzati e naturalmente le ritualità sono diverse a seconda de i contesti, ma contenuto e significato simbolico sono simili. Venir meno a questi impegni e diffondere all’esterno ciò che deve rimanere inaccessibile è una forma di tradimento che pone immediatamente fuori dal “NOI”. Svelando un segreto lo si disconosce come tale, lo svaluta declassandola da qualcosa di sacro a qualcosa di ordinario che può essere reso pubblico. Lo svelare un segreto è anche simbolicamente e concretamente un gesto di rottura, di disconoscimento del legame che unisce, dei patti stabiliti e della relazione stessa. E nello svalutare, nel desacralizzare un avvenimento o un sapere destinati a rimanere segreti, si svaluta contemporaneamente chi li ha nominati come segreti. Già la differenza di percezione e valutazione dell’importanza di mantenere un segreto da parte di chi tradisce e da parte di chi è tradito, infligge una ferita alla relazione. L’importanza di un segreto può essere valutata appieno solo da chi lo confida, chi riceve la confidenza deve accettare insieme al segreto, la valutazione che ne viene data, anche se ai suoi occhi può sembrare esagerata, fuori luogo o ridicola. Molte relazioni si basano proprio sul fatto che le persone coinvolte hanno un segreto in comune e fondano la loro ragione d’essere nella sua esistenza e nella complicità che ne deriva, si può così comprendere perché, pur essendo così diffuso, il tradimento di un segreto appare come uno dei più intollerabili. Si può anche continuare a considerare sacro il segreto e la relazione che lo preserva e nello stesso tempo, decidere unilateralmente che altri possano essere ammessi a tal sacralità. In questo caso chiediamo svela non si percepisce come traditore, ben si come semplice trasmettitore del segreto ad altri che lo custodiranno come tale e ai quali si richiedono promesse, giuramenti, rassicurazioni di segretezza. Si viene a produrre così quello che è definito “SEGRETO DI PULCINELLA “, ovvero un segreto che tutti conoscono e di cuore tutti fingono però di essere all’oscuro.

Questa forma di passaggio del segreto spesso non comporta alcun vantaggio personale per chi tradisce, se non quello di apparire come “uno che sa” e che decide chi può essere ammesso a far parte di un rapporto esclusivo. Si tradisci segreti altrui anche per ottenere vantaggi materiali, è questo il caso dei segreti militari, industriali, professionali la cui rivelazione può essere venduta a caro prezzo, o ripagata con l’ammissione, l’affiliazione a un gruppo nemico, ostile o comunque concorrente a chi ha affidato il proprio segreto. Il passaggio da una cerchia sociale all’altra, da un gruppo a un altro o anche da una relazione a un’altra può richiedere esplicitamente o implicitamente lo svelamento di un segreto come prova di coinvolgimento nel nuovo gruppo. Le relazioni amicali e soprattutto quelle amorose sembrano richiedere questo tipo di prova più fortemente di altre. Si chiede di tradire le vecchie appartenenze svelando e i segreti e paradossalmente, si chiede di provare la lealtà e coinvolgimento per mezzo di un tradimento. Le relazioni che si basano sulla richiesta reciproca di una sincerità totale e radicale, per quanto impossibile, non tollerano segreti. In queste relazioni si vuole sapere tutto dell’altro, negandogli la possibilità di condividere segreti con altri, succede così che per provare il proprio coinvolgimento, la propria fiducia nell’amico, nell’amante o nel coniuge s’immolino, sull’altare di questi rapporti, segreti che altri hanno confidato. Nelle relazioni intime, il letto è lo spazio sociologico dove questo genere di tradimento avviene più frequentemente: sia esso il letto matrimoniale, quello condiviso con l’amante, o quello su cui li adolescenti o le amiche amano stare ore e ore a chiacchierare scambiandosi confidenze e giuramenti di segretezza. Il letto matrimoniale, proprio perché luogo altamente simbolico e ritualizzato, diviene una sorta di confessionale dove i coniugi mettono in scena la loro reciproca fedeltà e il legame che li unisce raccontandosi e segreti di tutti, tradendo amici e amiche, parenti e colleghi e a volte persino gli amanti. Più il matrimonio si trasforma da rapporto istituzionale in rapporto paritario e amicale o in una relazione pura, più si sparla e più si tradiscono segreti altrui. Per lusingare chi si ama si denigra quanto altro c’è al mondo, si nega e si disprezza tutto per contentare e rassicurare un’unica persona che potrebbe andare via. Esistono tradimenti della segretezza che sono percepiti come tali anche se non ci sono stati né giuramenti né promesse. Mi riferisco allo svelamento dei piccoli innocenti segreti della vita quotidiana, della sfera della privacy e dell’intimità, di cui si ritiene che possano essere partecipi come spettatori autorizzati, solo coloro ce vi sono ammessi. Tra questi vi sono: quanto tempo impieghiamo a vestirci, di quali rassicurazioni rituali abbiamo bisogno prima di addormentarmi o di uscire di casa, di che cosa abbiamo timore, quali sono le nostre ossessioni o idiosincrasie, con quali nomignoli ci rivolgiamo al nostro partner ecc. Sono aspetti della sacralità del Sé che non vogliamo svelare indiscriminatamente a tutti e proprio perché riteniamo inviolabile tutto ciò che appartiene alla nostra sfera privata, diamo per scontato che chi è ammesso alla sua rappresentazione non ne parli con altri e lo rispetti con il silenzio. Questi tradimenti-svelamento dell’intimità sono molto diffusi e sono vere e proprie aggressioni alla relazione e all’interazione, perché sanciscono una rottura della complicità, un ritirarsi seppur momentaneo dal “Noi”. Chi è tradito si trova spiazzato, solo e nudo sulla scena, esposto agli altri senza che abbia fatto in tempo ad indossare la propria maschera sociale, ergo il tradimento è vissuto come un abbandono, ma anche come un’aggressione alla propria sfera più intima. Probabilmente rivelando particolari dell’intimità, dissacrando la sacralità di una condivisione, consegnando ad altri si vuole anche cambiare posto, far parte di altre segretezze, conquistare nuovi spazi di interazione, stabilire nuove complicità o aggiungerne di nuove a quelle consuete. Svelando l’area segreta della vita in comune con un altro si dichiara contemporaneamente la propria indipendenza e la propria complicità con chi fa da pubblico e quindi la propria disponibilità per nuove intimità. Eppure tutti continuiamo a confidare nella discrezione e segretezza, perché altrimenti non sarebbe possibile alcuna forma di vita sociale.

Per entrare in rapporto con l’altro è necessaria sicurezza che questi non supererà i confini invisibili, ma invalicabili, che ognuno sceglie di porre intorno a sé. La vita sociale è resa possibile grazie al fatto che, da un lato, ognuno sa di poter mostrare agli altri solo ciò che crede opportuno e dall’altro, che reciprocamente si rispettino la segretezza e la privacy. La violazione dei segreti della privacy induce dunque a una segretezza ancora maggiore per difendere la propria individualità e la possibilità di entrare in relazione con gli altri, infatti se fossimo certi di non potere conservare per noi stessi alcun segreto, non entreremmo a far parte di nessuna forma di vita sociale. La discrezione, da sempre necessaria al fluire delle relazioni sociali e della socialità, nella modernità diventa un diritto, quindi il diritto alla privacy e il diritto alla discrezione si affermano contemporaneamente. In questo senso il tradimento dell’intimità è una forma moderna di tradimento che accompagna non solo la sacralizzazione della sfera privata, ma anche la formazione della moderna individualità, sempre più attenta e gelosa dei propri confini e sempre più sospesa fra appartenenza e separazione. L’individuo moderno cerca disperatamente un tempo e uno spazio non condivisibile con nessun altro, sposta continuamente i confini della propria inviolabilità, si difende e si protegge con sempre nuove segretezze, così i segreti si moltiplicano all’infinito. In questa contraddittoria affermazione /negazione della vita privata, in questo oscillare tra la difesa del proprio essere insieme ad altri prescelti e la difesa anche da costoro, fra il voler essere con gli altri e il voler essere solo per sé può insinuarsi il tradimento dell’intimità. Lo stesso individuo che si sente ferito e abbandonato se la propria intimità vie e svelata, è ugualmente pronto a tradire quella altrui se ciò gli è necessario per l’affermazione della propria autonomia: traditore e tradito, perché ora è partecipe di un insieme, ora è cavaliere solitario.

STORIA DEL MOVIMENTO LGBT-Q

a cura di E. Pisicchio

(video multimediale disponibile su: www.sexmuseum.eu)

We are everywhere!” (slogan dei manifestanti durante i Moti di Stonewall del 1969)

LGBT-Q (acronimo di Lesbian, gay, bisexual, trasgender) conosciuto anche come movimento di liberazione omosessuale, è il nome collettivo attribuito alla serie di gruppi, organizzazioni e associazioni accomunati dal progetto di cambiamento della condizione sociale, culturale, umana, giuridica e politica delle persone omosessualibisessuali e transessuali.

QUEER= persona che a livello sessuale, etnico e sociologico non vuole rientrare in nessuna delle definizioni.

Il movimento omosessuale contemporaneo nasce negli anni sessanta del XX secolo negli Stati Uniti d’America (dai cosìddetti Moti di Stonewall).

IL PRIMO GRUPPO: WHK – 1987

Nel 1897 il sessuologo tedesco Magnus Hirschfeld, fondò a Berlino il comitato scientifico-umanitario (Wissenschaftlich-humanitäres Komitee)  o WHK, considerato il primo gruppo organizzato della storia del movimento omosessuale. Hirschfeld aveva approfondito la teoria del terzo sesso elaborata nella seconda metà del XIX secolo dal giurista K.H. Ulrichs, il quale per primo aveva descritto i differenti orientamenti sessuali coniandoli con termini come Urning (gay), Urninds (lesbica), Uranodionings (bisessuale) e Zwitter (ermafrodito). Il WHK aveva come scopo principale la mobilitazione dell’opinione pubblica contro il paragrafo 175 – un articolo del cod. penale tedesco (in vigore dal  1871 al 1994) che considerava un crimine i rapporti sessuali tra uomini – e che puniva con la reclusione l’omosessualità. Il WHK aveva sedi in 25 città tedesche, austriache e olandesi. Riuscì a raccogliere oltre 5000 firme per abolire il paragrafo 175 tra i più importanti intellettuali residenti in Germania dell’epoca. (Tra i firmatari, Albert EinsteinHermann HesseThomas MannRainer Maria Rilke e Lev Tolstoj).

Magnus Hirschfeld

SECONDA GUERRA MONDIALE – RUSSIA: da sempre contro l’omosessualità

Durante la Seconda guerra mondiale, gli omosessuali furono vittime della persecuzione nazista, identificati con un triangolo rosa cucito sul petto. Contemporaneamente, in Russia, nel 1934, per intervento di Stalin, viene inserito all’interno del cod. penale, l’art.121 che vietava espressamente l’omosessualità maschile in tutta l’Unione Sovietica, con pene per i trasgressori che potevano arrivare fino a cinque anni di lavori forzati; non vi erano invece leggi penali in materia di lesbismo. Nel 1984 un gruppo di uomini gay russi si riunì nel tentativo di formare un’organizzazione ufficiale per i diritti LGBT, ma ottennero solo d’esser rapidamente arrestati dal KGB. L’omosessualità in Russia è stata a lungo un tabù e oggetto di persecuzione. Nel 2015 la Russia si oppone al il riconoscimento delle unioni tra persone dello stesso sesso.

IL MOVIMENTO OMOFILO

Nel corso della seconda guerra mondiale tutte le speranze del movimento omosessuale furono ovviamente annientate. Subito dopo la fine del conflitto, iniziarono una serie di iniziative e nacquero dei gruppi costituiti, per la prima volta, da omosessuali dichiarati, che avevano come scopo fondamentale la depatologizzazione dell’omosessualità. Il movimento, in questa fase, viene comunemente indicato come “Movimento omofilo” perchè si trattava di gruppi “moderati” che chiedevano l’integrazione degli “omofili” nella società così come essa era. In Francia nacque Arcadie, gruppo costituito da intellettuali che pubblicava anche una rivista; Nel Regno Unito venne fondata la Homosexual Law Reform Society; Negli Stati Uniti nacquero la Mattachine Society a New York e la Daughters of Bilitis a San Francisco, quest’ultima prima associazione di sole donne lesbiche.

NASCITA DEL MOVIMENTO OMOSESSUALE 1969

La nascita del movimento omosessuale ha una data di inizio ben precisa: il 28 giugno 1969. Negli anni ’60 lo Stonewall Inn era un malfamato locale notturno nel Greenwich Village di Manhattan, in cui si esibivano alcune drag queen. Era gestito da un uomo della mafia, che foraggiava regolarmente la polizia affinché chiudesse un occhio sull’attività illegale che vi si svolgeva: la somministrazione di bevande alcoliche agli omosessuali. Esisteva infatti all’epoca, a New York, un regolamento comunale che lo vietava; perché? Al fine di evitare proprio ciò che accadeva allo Stonewall: un luogo di aggregazione per giovani omosessuali squattrinati, che non potevano certo permettersi locali discreti e raffinati del centro. Alla fine degli anni ’60 si classificava ancora l’omosessualità come un disturbo mentale: l’atto sessuale omosessuale, anche in case private, era punibile con forti ammende e carcere in tutti gli Stati Uniti.

Il  28 GIUGNO 1969, nelle prime ore del mattino la polizia fece allo Stonewall Inn una retata di troppo: all’ennesimo tentativo di disperdere i clienti, questi si ribellarono, causarono gravi danni alle cose, scatenando quelli che sono passati alla storia come i Moti di Stonewall.  La folla ricomparve la notte successiva. Le schermaglie tra rivoltosi e polizia proseguirono fino alle 4 del mattino. Il terzo giorno di rivolta si svolse cinque giorni dopo la retata. La rabbia per la modalità con cui la polizia aveva trattato i gay nei decenni precedenti, affiorò. La data del 28 giugno è stata da allora scelta dal movimento LGBT come data della Giornata Mondiale dell’orgoglio di sé.

Simbolo della rivolta di Stonewall divenne Sylvia Rivera, la ragazza transgender che, a quanto sembra, per prima si ribellò gettando una bottiglia contro la polizia. Ma se nel 1969 i bar gay erano legali, perché ci fu l’irruzione allo Stonewall? Lo storico gay statunitense, John D’Emilio, fa notare che la città era nel mezzo di una campagna per l’elezione del sindaco e John Lindsay, che aveva perso le primarie del suo partito, aveva motivo di chiedere un repulisti dei bar della città. Lo Stonewall Inn forniva pretesti per un intervento della polizia. Operava senza licenza per i liquori, aveva legami con il crimine organizzato.

Sylvia Rivera

DOPO STONEWALL

Dopo Stonewall, cambiò profondamente la storia del movimento omosessuale. Iniziò una fase militante, con la nascita di associazioni che muovevano rivendicazioni chiare in modo manifesto. Il simbolo del movimento di liberazione omosessuale divenne la Gay Pride parade, che cominciò a tenersi nelle varie città degli Stati Uniti e poi del mondo nella data dei moti di Stonewall, il 28 giugno. La provocazione divenne uno strumento attraverso cui scuotere l’opinione pubblica e rivendicare il diritto alla felicità.

Stonewall 2019

Dalla fine degli anni novanta l’attenzione del movimento gay si concentra, in tutti i paesi del mondo, sulla rivendicazione di diritti quali il riconoscimento civile delle coppie omosessuali e l’adozione per i gay. La lotta inizia negli Stati Uniti ove fu decisivo il rigetto della Proposition 6, che avrebbe permesso il licenziamento degli insegnanti dichiaratamente gay in base alla loro identità sessuale. Di fatto bisognerà aspettare la seconda metà degli anni novanta perché si inizi a parlare di unioni civili per i gay, con la creazione dell’associazione Human Rights Campaign (HRC).

HARVEY BERNARD MILK

Milk, il primo componente delle istituzioni statunitensi apertamente gay fu eletto consigliere comunale nel 1977. In undici mesi da supervisor, si batté in difesa di una legge per i diritti dei gay per la città. Fu decisivo nel rigetto della Proposition 6.

Harvey Milk

Milk fu assassinato, nel 1978,  all’interno del Municipio insieme al sindaco di San Francisco, George Moscone, dall’ex consigliere comunale Dan White: quest’ultimo aveva rassegnato le dimissioni pochi giorni prima, a seguito dell’entrata in vigore della proposta di legge sui diritti dei gay, cui si era opposto, e sperava di essere riconfermato dal sindaco; White entrò in municipio e  dopo essersi fatto strada fino all’ufficio del Sindaco cercò di convincerlo a riconfermarlo. Non riuscendoci gli sparò ripetutamente. Successivamente nella parte opposta dell’edificio, invitò Milk e gli sparò tre colpi di pistola, uno alla mano destra e due al petto. La sera dell’omicidio dal quartiere di Castro a San Francisco partì un corteo spontaneo di oltre 30.000 persone a lume di candela in memoria del consigliere Harvey Milk e del sindaco George Moscone. White fu riconosciuto colpevole di omicidio volontario, con l’attenuante della seminfermità mentale, e condannato a sette anni e otto mesi di prigione. Dopo la sentenza, la comunità gay si scatenò, inferocita, nelle sommosse notturne contro White dette White Night Riots, in cui più di 160 persone finirono in ospedale. Dopo la scarcerazione nel 1984, White scontò un anno di libertà vigilata, si suicidò nel 1985 nel garage della casa di sua moglie, a S. Francisco, asfissiandosi coi gas di scarico.

1980: L’AIDS E LA LOTTA CONTRO IL PREGIUDIZIO

Negli anni ottanta il percorso di liberazione dovette fare i conti con l’epidemia dell’AIDS. La data ufficiale che segnò l’inizio dell’epidemia fu il 5 giugno 1981, quando il centro per il monitoraggio e la prevenzione delle malattie degli Stati Uniti identificò un’epidemia dovuta al virus dell’HIV in cinque uomini gay di Los Angeles. Le autorità sanitarie si accorsero ben presto che non v’era alcuna prova di un legame tra l’omosessualità e la trasmissione del virus: quasi metà dei soggetti colpiti dalla malattia non era omosessuale; in seguito, gli studi accertarono che il virus si trasmetteva perlopiù attraverso i rapporti sessuali e che l’iniziale maggiore diffusione nella comunità omosessuale era dovuto al minor uso di precauzioni. Nell’opinione pubblica, tuttavia, si diffuse l’opinione che l’AIDS fosse correlato all’omosessualità; ciò, anche per effetto della propaganda di alcune Chiese, soprattutto negli Stati Uniti, che diffusero la convinzione che la malattia fosse una “punizione di Dio” verso i gay. Ad alimentare questa idea contribuì la morte per Aids di diversi esponenti del mondo della cultura e dello spettacolo notoriamente omosessuali. Tutte le principali associazioni diedero vita a campagne che allo stesso tempo puntavano a promuovere l’uso del preservativo e combattere la falsa credenza che il virus colpisse solo gli omosessuali. In Italia, i primi casi di AIDS iniziarono a registrarsi nel 1985; solo nel 1988 fu emanata una direttiva del Ministero della Sanità che prevedeva il controllo delle sacche di sangue per la trasfusione, e nello stesso anno viene commissionata dal Ministero la prima campagna sull’AIDS.

IL CASO MATTHEW SHEPARD

Alla fine degli anni ’90, un altro fatto di cronaca accentra l’attenzione degli USA sul problema della creazione di leggi a tutela degli omosessuali. Matthew Shepard, un ventunenne gay, viene ucciso da due ragazzi in una località vicino a Laramie, Wyoming, la notte tra il 6 ottobre e il 7 ottobre 1998. Vennero arrestati due ragazzi, che confessarono l’omicidio. La strategia della difesa dei due fece molto scalpore, appellandosi al cosiddetto gay panic, ossia il panico di un eterosessuale nel ricevere attenzioni da un omosessuale, come attenuante da tenere in considerazione. Al processo, che portò alla condanna di due ragazzi a due ergastoli senza possibilità di riduzione della pena, e ai funerali di Shepard un gruppo di oppositori omofobi, capeggiati dal pastore della Chiesa Battista Fred Phelps, protestarono con cartelli e slogan con scritte come «Matt Shepard marcisce all’inferno»«L’Aids uccide i finocchi morti» e «Dio odia i froci». Il fatto, e soprattutto le violente posizioni emerse nella società contro gli omosessuali, scossero l’opinione pubblica. Coretta Scott King, vedova di Martin Luther King, scrisse a Judy Shepard, madre del ragazzo ucciso, esprimendo il proprio cordoglio e la speranza che i diritti civili includessero, in futuro, i diritti di gay e lesbiche.

GLI ANNI 2000 E LA LOTTA PER I DIRITTI CIVILI

Nel 2007, in seguito ad alcune dichiarazioni di autorità polacche contro la comunità LGBT, l’Unione europea ha istituito ufficialmente la Giornata internazionale contro l’omofobia e la transfobia sul suo territorio. Con l’avvento del 2000, i governi di diversi paesi del mondo iniziano a porsi il problema del riconoscimento dei diritti delle coppie omosessuali. Precorritrice nel regolamentare le unioni omosessuali è stata la Danimarca, nel 1989. Hanno successivamente riconosciuto attraverso il matrimonio o altri istituti giuridici le coppie omosessuali: Svezia (1994), Francia (1999, PACS), Paesi Bassi (2001), Germania (2001), Finlandia (2002), Belgio (2003), Croazia (2003), Spagna (2005), Irlanda (2005), Regno Unito (2005), Slovenia (2005), Repubblica Ceca (2006), Norvegia (2008), Portogallo (2010), Islanda (2010),  Grecia (2015) e ultima – nel 2016 – l’Italia .

Negli Stati Uniti, l’accesso al matrimonio è competenza tradizionalmente delegata ai singoli Stati. Attualmente, riconoscono le unioni omosessuali 14 stati. Nel maggio 2012 Barack Obama diventa il primo Presidente degli Stati Uniti in carica a prendere ufficialmente posizione a favore del matrimonio per le coppie omosessuali.

IN ITALIA: riconoscimenti in ritardo

Le prime associazioni LGBT iniziarono a nascere nel dopoguerra, ma soltanto dopo che la Democrazia Cristiana perse gran parte del suo potere. Essa, infatti, aveva da sempre tentato di bloccare qualsiasi tentativo di associazionismo omosessuale, come ad esempio la creazione della prima rivista omosessuale “Tages” di Bernardino Del Broca. L’Italia è attualmente l’unico tra i paesi fondatori dell’Unione europea a non riconoscere il matrimonio tra persone omosessuali, mentre nel maggio 2016 il Parlamento ha approvato in via definitiva una legge che riconosce le unioni civili tra persone dello stesso sesso. Il primo tentativo di introduzione di una forma di regolamentazione delle coppie omosessuali è avvenuta in Italia nel 2007, con i cosiddetti DICO (Diritti e doveri delle coppie di conviventi), per iniziativa dell’allora Ministro per le pari opportunità Barbara Pollastrini. L’opposizione delle gerarchie ecclesiastiche, congiuntamente con il non accordo di forze della stessa maggioranza, fecero però cadere il disegno di legge.  Le unioni civili tra persone dello stesso sesso vengono definitivamente introdotte nel 2016 con la cosiddetta legge Cirinnà, dal nome della deputata del Pd e prima firmataria Monica Cirinnà. 

L’adozione da parte di coppie dello stesso sesso è legale in: Regno UnitoSpagnaSveziaBelgioPaesi BassiIslandaIsraele e Francia. Germania, Norvegia, Danimarca e Finlandia permettono la “adozione del figliastro”, cioè permette ai partner di una unione civile di adottare i figli naturali (o adottati) che la/il partner avesse avuto da precedente matrimonio o unione. In Irlanda i single, sia omosessuali che eterosessuali, possono richiedere l’adozione.

IL MOVIMENTO LGBT IN ITALIA

ALDO MIELI: Il primo vero tentativo di creare un movimento di liberazione omosessuale anche in Italia, sull’esempio di quello tedesco, fu compiuto da Aldo Mieli (1879-1950), che era in corrispondenza con Magnus Hirschfeld e fu non a caso il solo delegato italiano presente al primo Congresso mondiale sulla libertà sessuale tenutosi in Germania dopo la prima guerra mondiale. I tempi non erano però favorevoli al progetto di Aldo Mieli, dato che la sua attività ebbe inizio, con la fondazione del periodico “Rassegna di studi sessuali”, nello stesso anno della Marcia su Roma, nel 1922. Dopo aver cercato invano per qualche anno di portare avanti la sua battaglia senza entrare nel mirino del regime fascista, Mieli, che era anche antifascista ed ebreo, abbandonò il progetto e si rifugiò in Francia, nel 1926.

BERNARDINO DEL BOCA: Intellettuale e scrittore, punto di riferimento del movimento omofilo, a Del Boca (1919 – 2001) si deve la creazione della prima rubrica omosessuale in Italia, Sesso e Libertà, su un periodico pubblicato dall’anarchico milanese Pepe Diaz. Più tardi, tenterà senza successo di fondare una rivista, sull’esempio della Der Kreis svizzera, che avrebbe dovuto chiamarsi Tages. La creazione fu però impedita dalla dirigenza della DC da poco salita al potere. Collaboratore della rivista gay francese Futur, scrittore di talento riconosciuto, subì la censura delle istituzioni.

LE ASSOCIAZIONI

Nell’immediato dopoguerra, il primo gruppo gay nato in Italia fu fondato da Massimo Consoli nel 1963 con il nome ROMA-1 (Rivolta Omosessuale Maschi Anarchici). Nel gennaio 1972 l’associazione ROMA-1 cambia nome, diventando per un breve periodo Fronte Nazionale di Liberazione Omosessuale, quindi Rivolta Omosessuale. Nel maggio del 1973 Consoli dà vita al CIDAMS (Centro Italiano per la Documentazione delle Attività delle Minoranze Sociali). Da questa esperienza di tipo sociologico, prenderanno le mosse iniziative di vario tipo: dal TIPCCO (Tribunale internazionale permanente per i crimini contro l’omosessualità) al premio Triangolo rosa che dopo l’uccisione di Pier Paolo Pasolini (2 novembre 1975) prenderà il nome del poeta. Tra le iniziative dell’associazione, che resterà attiva fino al maggio del 1978, quella di aver aperto ufficialmente nel Pci la cosiddetta “questione omosessuale”. Avvenne con una manifestazione sotto la sede del partito il 30 ottobre del 1976 che aprì le celebrazioni commemorative in onore di Pier Paolo Pasolini a un anno dal suo assassinio. Fuori! (o F.U.O.R. I. acronimo per Fronte Unitario Omosessuale Rivoluzionario Italiano), fondato nel 1971 da Angelo Pezzana, fu una delle prime associazioni gay in Italia. L’associazione, che aveva la sua sede principale a Torino, fondò presto (nel 1972) anche un suo giornale che portava lo stesso nome. La rottura con tutto quel che c’era stato fino a quel momento era netta e totale. La rivista viene pubblicata fino al 1982. Nel novembre 1974 il Fuori! aderisce come tale al Partito Radicale, rinunciando all’idea di essere associazione di tutti gli omosessuali italiani per divenire un’associazione di omosessuali che si riconoscono nel Partito Radicale e nelle sue battaglie di libertà ed emancipazione. Mario Mieli in polemica con questa scelta, abbandona l’associazione. Nel 1976, per la prima volta, cittadini dichiaratamente omosessuali saranno candidati per il Partito Radicale. Il Fuori! si è ufficialmente sciolto nel 1982.

IL DELITTO DI GIARRE – LA NASCITA DI ARCIGAY

Il 31 ottobre 1980 a Giarre, avviene un fatto di cronaca nera che diventerà fondamentale per il movimento omosessuale italiano e porterà alla fondazione della prima branca di un circolo Arci esplicitamente dedicata alla realtà gay. Due ragazzi, Giorgio Giammona, 25 anni, e Antonio Galatola, 15 anni, vengono trovati morti, mano nella mano, uccisi con un colpo di pistola alla testa. Tutti conoscevano i due ragazzi, che nel paese venivano chiamati “‘i ziti” (i fidanzati), e che due settimane prima erano spariti da casa. A tutti apparve subito chiaro che i due erano vittime del pregiudizio omofobo. Nonostante non si sia mai arrivati all’individuazione di un colpevole, tutte le piste portarono a pensare che i due fossero stati uccisi dal nipote di Toni, allora tredicenne, su incarico delle famiglie e, sembra, con il benestare dei due ragazzi, convinti che non avrebbero mai potuto vivere serenamente. Il caso salì all’attenzione della stampa nazionale e per la prima volta l’opinione pubblica italiana dovette riconoscere l’esistenza di un problema di discriminazione contro gli omosessuali.  Il delitto di Giarre mise di fatto il seme per la nascita del movimento omosessuale italiano contemporaneo. Di lì a poco, a Bologna, per la prima volta ci fu un riconoscimento ufficiale di un gruppo gay da parte delle istituzioni con la concessione da parte del Comune di una sede all’associazione Il Cassero, che porrà le basi per la nascita di Arcigay.

IL MOVIMENTO GAY E LA CHIESA CATTOLICA

Il movimento omosessuale italiano si è confrontato dall’inizio con le posizioni espresse contro l’omosessualità dalla Chiesa cattolica apostolica romana in maniera molto più aspra di quanto non sia avvenuto negli altri paesi occidentali.  Durante il pontificato di Giovanni Paolo II, la Chiesa esprime che “l’omosessualità costituisce una tendenza verso un comportamento intrinsecamente cattivo sotto il profilo morale”. Il 13 gennaio 1998 Alfredo Ormando, scrittore omosessuale con un passato in seminario, si cosparge di benzina e si dà fuoco in piazza San Pietro a Roma, per protesta contro l’omofobia della Chiesa. Ormando muore pochi giorni dopo in ospedale. Aveva consegnato una lettera alla sala stampa del Vaticano poco prima, inviandola anche all’ANSA, che la rese pubblica. Nella lettera, Ormando scriveva ad un amico:

«È una forma di protesta contro la Chiesa che demonizza l’omosessualità, demonizzando nel contempo la natura, perché l’omosessualità è sua figlia.»

Nel 2000, in occasione del World Pride di Roma, il papa condannò apertamente la manifestazione dalla finestra di Piazza San Pietro.

Commemorazione di Alfredo Ormando di fronte piazza S. Pietro nel gennaio 2001
Franco Grillini e Imma Battaglia

LE ASSOCIAZIONI OGGI

Il 3 marzo 1985, all’assemblea di Bologna dei circoli arcigay, questi decisero di unirsi in un’associazione nazionale, assumendo il nome di ArciGay. Il primo presidente dell’associazione fu Beppe Ramina, e segretario fu eletto Franco Grillini. Bologna fu scelta anche come sede nazionale dell’associazione. Arcilesbica nasce nel dicembre 1996 dalla separazione di ArciGay in due distinti soggetti, autonomi ma federati, ed è costituita e composta esclusivamente da donne. Ha lo scopo specifico di occuparsi della discriminazione nei confronti delle donne omosessuali, pur occupandosi anche, ovviamente, della discriminazione basata sull’orientamento sessuale in genere. L’associazione fa propria, inoltre, la lotta femminista per il raggiungimento della totale parità tra i sessi.

Circolo di cultura omosessuale Mario Mieli e altri

Il Circolo nasce nel 1983, l’anno della morte di Mario Mieli, dalla fusione delle associazioni ‘Fuori’ e ‘Collettivo Narciso’.  Dal 1989 offre un servizio di assistenza domiciliare per persone malate di AIDS, formato da uno staff di operatori, psicologi e assistenti sociali. Inoltre offre servizi di consulenza psicologica, assistenza legale, counseling telefonico, gruppi di auto-aiuto per persone sieropositive. Numerosi negli anni i gruppi e le associazioni promotrici di attività culturali, politiche e istituzionali legate al mondo LGBT. Tra le altre, Agedo (Associazione dei genitori di omosessuali), il MIT (Movimento identità trans), Azione Trans con sede a Roma, il Cassero a Bologna, Azione gay e lesbica a Firenze, DGP – Dì Gay Project a Roma (nato per iniziativa di Imma Battaglia dopo il suo abbandono del Circolo Mario Mieli), GayLib (associazione dei gay di destra) , Il Triangolo Silenzioso (associazione degli omosessuali non udenti).

IL MOVIMENTO TRANSESSUALE : 1979

La realtà transessuale in Italia era conosciuta già negli anni cinquanta. Nel mondo del cinema e dello spettacolo erano diversi gli artisti che si distinguevano con ruoli transgender, il più famoso fu Dominot (pseudonimo di Antonio Iacono – ATTORE) Contemporaneamente si fa strada in teatro la cantante transgender Giorgia O’Brien (prima diva trasgender degli anni 80-90 dotata di una voce ermafrodita che gli permise di esibirsi sia come soprano che come baritono.)

Nel 1968 Romina Cecconi, detta “la Romanina”, prima transessuale operata in Italia, viene inviata al confino in un paesino del Foggiano, Volturino, perché considerata socialmente pericolosa. I transessuali vivono una realtà in cui non hanno nessuna possibilità di trovare lavoro e condurre una vita serena. La figura della transessuale viene comunemente associata nei mass media e nella cultura popolare italiana agli ambienti della prostituzione.

ll movimento transessuale – denominato MIT (Mov identità transessuale) nasce ufficialmente nel 1979, quando in un’affollata piscina comunale di Milano alcune transessuali inscenano una clamorosa protesta togliendosi il reggiseno. Nel 1982 portarono all’approvazione della Legge 164. (Il cambiamento della identità di genere e del nome a prescindere dalla sottoposizione ad intervento chirurgico demolitivo – ricostruttivo da parte di persona affetta da transessualismo e da persona transgenere). Inizia la battaglia per il diritto alla vita dei transessuali. Nel 1982, grazie anche all’interessamento del Partito Radicale, in Italia viene approvata la legge che permette la riassegnazione chirurgica del sesso a carico del Sistema Sanitario Nazionale. Nel 1995 Marcella Di Folco viene eletta Presidente del MIT, e nel 1997 Nasce l’O. N. I.G. (Osservatorio Nazionale Identità di Genere). Nello stesso anno la Di Folco, eletta consigliere comunale di Bologna, è la prima persona al mondo sottopostasi all’operazione di cambio del sesso ad ottenere una carica pubblica. Nel 2006, c’è stata l’elezione della prima persona transessuale in un Parlamento in Europa, Vladimir Luxuria.

Einar Mogens Andreas Wegener : la prima persona nella storia a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale.

Meglio conosciuta come Lili Elbe, di origine danese, nata biologicamente uomo è stata la prima persona nella storia a sottoporsi a un intervento chirurgico di riassegnazione sessuale e a essere identificata come donna transessuale.

Einar Wegener, nasce il 28 dicembre 1882 a Vejle, in Danimarca. All’età di 22 anni sposa Gerda Wegener, di quattro anni più piccola di lui, incontrata all’Accademia delle Belle Arti di Copenhagen. Entrambi pittori, lui si specializza in dipinti di paesaggi, raggiungendo gran fama nel proprio paese, mentre lei svolge il lavoro di illustratrice e disegnatrice. A differenza della moglie, Einar era una persona riservata e tendeva ad evitare le feste a cui veniva invitato, preferendo rimanere in casa a lavorare alle sue opere; caratteristiche di Einar erano una spiccata sensibilità e l’interesse per l’abbigliamento femminile. Einar e Gerda viaggiarono in tutta Europa, stabilendosi a Parigi nel 1912. Nella capitale francese, Einar ebbe modo di vivere apertamente la sua sessualità, vestendosi da donna e presentandosi come “Lili Elbe, la cugina di Einer”. Diventata per tutti Lili, dagli anni dal 1920 in poi iniziò a fare da modella e musa per i dipinti di Gerda, indossando abiti femminili. Tornati in Danimarca, intorno al 1930, Lili capisce che il solo travestirsi da donna non era abbastanza. In realtà in un primo momento cercò anche di reprimere questa sua pulsione, contattando molti psicologie e medici che però, quasi sempre, finivano col diagnosticare malattie psichiatriche come la schizofrenia o sottoponendolo perfino a cure anti-devianza. Alla fine Lili si affida al sessuologo berlinese Magnus Hirschfeld e decide di intraprendere cinque operazioni rischiose e mai provate prima, al fine di cambiare sesso e poter diventare anche madre. Si sottopose in tutto a cinque operazioni: il primo intervento fu la rimozione dei testicoli. La seconda operazione consistette nella rimozione del pene (penectomia) e la terza nel trapianto delle ovaie (poi rigettate); la quinta operazione fu il trapianto dell’utero, per poter consentire a Lili, allora quasi cinquantenne, di poter diventare madre. Nell’ottobre del 1930 l’allora attuale re di Danimarca, Cristiano Xriesce ad invalidare il matrimonio con Gerda ed a far ottenere all’artista un passaporto nuovo col nome di Lili Elbe e il riconoscimento legale del cambio di sesso. Purtroppo però, a tre mesi dalla sua ultima operazione, Lili Elbe muore per complicazioni: si pensa che la causa sia stata il rigetto dell’utero.­­­­­­­ Lili Elbe è stata la prima persona a tentare la via chirurgica per cambiare il proprio sesso ed essere legalmente riconosciuta come donna: ancora oggi, dopo quasi 100 anni, è uno dei simboli per la comunità LGBT.

LEA T.: Una delle donne nate uomo più celebre è la brasiliana Lea T., nata Leandro Cerezo nel 1981, ma questo dettaglio non le ha impedito di diventare uno dei modelli transessuali più famosi nel settore della moda. Lea è stata chiamata la musa della casa di alta moda Givenchy. E’ la figlia dell’ex campione brasiliano Toninho, che in Italia ha giocato (e vinto) con le maglie di Roma e Sampdoria. Ha iniziato come modello maschile, poi a 25 anni ha deciso di cambiare sesso ed oggi è uno dei nomi più altisonanti della moda mondiale.

Lea T.

L’esperienza quotidiana del tradire

a cura Dr. M. De Iudicibus

Hannah Arendt in “LA CONDIZIONE UMANA”, sostiene che l’imprevedibilità dell’agire nasce dalle “tenebre del cuore umano”, dall’inaffidabilità di ciascuno individuo che mai può garantire oggi ciò che diverrà domani, dall’impossibilità di prevedere le conseguenze di un’azione all’interno di una comunità di eguali in cui tutti hanno la stessa capacità e libertà di agire. Quindi la gioia dell’essere con l’altro nella vita quotidiana, la realtà che si fonda sull’intersoggettività comportano il rischio dell’imprevedibile e quindi anche del tradimento.

In una teoria dell’agire sociale come quella di Arendt, basata sull’intersoggettività, ciascuno individuo agisce sempre ed esclusivamente attraverso la relazione e in relazione all’agire degli
altri. Questo significa che nessuno è mai soltanto colui che agisce (doer), ma sempre anche colui sul quale si riflettono la azioni altrui, inevitabilmente gli esseri umani sono legati gli uni agli altri, nessuna azione nasce nell’isolamento senza alcun effetto sugli altri. Il tradimento si inscrive dunque fra quegli eventi che, per quanto facciano parte dell’esperienza comune, non sono accettati come eventi routinari, bensì come avvenimenti rari e da scongiurare. Tutti confidiamo nel fatto che ci sia più lealtà che tradimento, poiché sarebbe impossibile vivere con la certezza del tradimento, ci si abitua a considerarlo come evento che può verificarsi, ma che può anche essere scongiurato. Il tradimento in quanto rottura dell’ordine simbolico e minaccia di ogni forma dell’essere insieme, è equiparato nella nostra mente a un evento di morte e come la morte è continuamente esorcizzato. Come s’impara a convivere con l’idea di morte, s’impara a convivere con l’idea del tradimento e come nel nostro agire quotidiano non si è paralizzati dall’idea della morte, così si continua a vivere fidando nella lealtà e allontanamento l’idea del tradimento. Nessun altro oggetto può di sua iniziativa rivelarsi o nascondersi noi come fa l’uomo, perché nessun’altro oggetto modifica il suo comportamento riguardo alla possibilità di essere conosciuto. Il mescolarsi di quanto si sa e quanto non si sa dell’altro, il fatto che “ciò che l’uno e l’altro sanno è sempre intrecciato con quello che soltanto l’uno sa e l’altro no”, comporta la consapevolezza dell’impossibilità di assoluta trasparenza, non solo dell’altro, ma anche di sé stesso nei confronti dell’altro. Questa condizione di incertezza rafforza l’ambivalenza dell’interazione che oscilla sempre tra fiducia e sfiducia, tra possibili comportamenti leali e possibili tradimenti. La compresenza in ognuno di molteplici parti, non necessariamente in relazione tra loro attraverso un processo coerente e trasparente, fa si che il nostro apparato psichico funzioni in modo polilogico, non solo in situazioni patologiche estreme, ma anche nella quotidianità delle persone “normali”. L’impossibilità della trasparenza e della coerenza esiste dentro ciascuno, non è necessario ricorrere alla patologia per riferirsi una sempre più difficile integrazione della personalità. È la stessa complessità individuale e intersoggettività a far sì che nessuno potrà mai dirsi immune una volta per tutte dal rischio di tradire o essere tradito.

Una volta che il tradimento è avvenuto, tutto sembra chiaro e semplice e la personalità complessa di chi ha tradito viene reinterpretata e spiegata in base al marchio del tradimento, come se tale definizione potesse racchiudere tutto l’individuo. Alla domanda: Perché hai tradito? Non c’è una risposta che possa essere esaustiva? Non c’è una risposta che possa essere esaustiva, se non l’invito ad affacciarsi sulla complessità e ambivalenza dell’essere umano. Perché lo hai fatto? L’esistenza dell’altro e l’incontro con l’altro portano con sé la possibilità di tradimento, non sempre come
atto voluto o calcolato, ma come eventualità di defezione, sottrazione, incomprensione e imprevedibilità. Nulla ci garantisce la comprensione dell’altro, troppe volte data per scontata, forse solo l’incappare in un malinteso ci da una chance d’intravedere l’altro nella sua inconoscibilità e diversità. Il malinteso ha a che fare con l’incontro, è il manifestarsi del nonostante nell’apparente normalità quotidiana, ci ricorda la struttura profonda che presiede al nostro desiderio di incontro. L’incontro è qualcosa di improvviso, un apparire dell’altro nella sua inaspettatezza, nella sorpresa, nell’ inconciliabilità del suo essere come non me lo aspetto e come non me lo posso inventare. Anche il tradimento, che spesso nasce da malintesi, è il manifestarsi dell’imprevisto, richiama improvvisamente alla coscienza che l’altro esiste non solo in relazione a noi, ma anche in relazione a se stesso e a tanti altri, spesso sconosciuti, il tradimento impone brutalmente la presenza dell’altro nel suo essere diverso. È necessario dunque tradire per
affermare la propria alterità? È necessario essere traditi per riconoscere l’altrui alterità? No, ma aver coscienza che esiste una possibilità di scarto, di presa di distanza, di errore, può aiutare non a prepararsi a essere traditi o a tradire, ma ad accettare se stessi e gli altri come esseri incompiuti, complessi, non esauribili da alcuna definizione. Il tradimento da scacco matto a tutto ciò che si supponevo di sapere, ma è anche una riattivazione della conoscenza che si risveglia di fronte a ciò che appare inequivocabilmente ignoto, inafferrabile e imprevedibile. Nel tradimento c’è sempre un fluire, un accadere che va dall’uno all’altro, c’è uno spazio intermedio, mai ben definito, in cui l’agire dell’uno s’incontra con l’agire dell’altro. Si tratta di uno spazio condiviso fatto da di fiducia, aspettative, ma anche di ambiguità e complicità in cui l’uno proietta immagini e desideri sull’altro e viceversa, in cui ambedue i soggetti collaborano attivamente alla formazione e alla continuazione dell’ interazione, ma ne danno interpretazioni e le attribuiscono significati non necessariamente concordanti. Vogliamo e possiamo essere con l’altro contemporaneamente leali e traditori, soddisfare il nostro essere sociale e il nostro essere per sé, del resto non si può ricondurre ogni tradimento all’essere per sé e ogni atto di lealtà al nostro essere sociale. Per esempio, atteggiamenti e comportamenti leali possono essere ricondotti al bisogno di soddisfare l’immagine di sé come leale e degna di fiducia, per realizzare l’essere per sé ugualmente si può tradire non per soddisfare il proprio essere per sé, ma per soddisfare una richiesta del gruppo, della comunità o società di appartenenza.

I tradimenti derivanti dai conflitti di lealtà ne sono un esempio: si tradisce il miglior amico per non tradire il proprio paese, si tradisce la propria famiglia per non tradire il patto stabilito con il proprio gruppo di appartenenza. Nuove fedeltà e nuove appartenenze, spesso comportano l’abbandono di vecchi legami, compresi quelli più forti, quali quelli fra madre e figlia. La volontà di realizzare il proprio essere sociale, può condurre a tradimenti molto crudeli, il mondo affettivo può apparire come una trappola, una prigione che ci impedisce di realizzarsi e ci costringe nel nostro piccolo mondo. Si può tradire per soddisfare il proprio essere per sé attraverso la realizzazione del proprio essere sociale, quindi tradire no può essere ricondotto solo al soddisfacimento della parte egoistica del sé. Ma poiché staccarsi dal mondo degli affetti e legami primari è così doloroso, diventano necessari gesti, azioni e parole distruttive, dimostrazioni simboliche della rottura e del passaggio da un’appartenenza all’altra. Tradire se stessi può significare il tradimento della propria identità e dell’immagine di noi che ci siamo costruiti liberamente, ma necessariamente insieme agli altri e non in solitudine. Si può scegliere di tradire o meno se stessi anche per non tradire l’immagine che gli altri hanno di noi, immagine che abbiamo più o meno consapevolmente contribuito a costruire. Anche il non tradimento o il tradimento del sé è legato al tipo di interazioni, di relazioni che si hanno con gli altri, a quanto vogliamo confermare o distruggere non solo delle aspettative che gli altri hanno su di noi, ma anche dell’immagine che hanno di noi,
quindi anche il tradimento del sé scaturisce dall’intersoggettività.

Il tradimento

(Prima parte)

a cura di Dr. M. De Iudicibus

Di cosa parliamo quando diciamo “TRADIMENTO “? TRADIRE CHI? CHE COSA? E soprattutto COME? Chi nomina e definisce il tradimento? Chi è tradito o chi tradisce?

È necessario che un tradimento sia conosciuto /riconosciuto da ambedue i soggetti del tradimento perché venga individuato come tale e quindi esista? Come varia la definizione sociale del tradimento, ovvero ciò che il senso comune intende per tradimento? Infine come variano i giudizi morali e le sanzioni sociali? Penso che rispondere alla domanda del perché si tradisce è pressoché impossibile, data la troppa ambiguità e complessità che sono presenti in ogni forma di interazione e attraversano ogni relazione e troppa ambiguità e complessità abitano in ogni individuo.

Si tradisce se stessi, i parenti, gli amici, gli amanti, la patria e si tradisce per ambizione, vendetta, leggerezza, per affermare la propria autonomia, per mille passioni e mille ragioni. Siamo abituati a pensare al tradimento come a un evento senza ombre, di cui ci illudiamo di poter sempre ricostruire le origini, ma la maggior parte dei tradimenti sembra non avere alcuna ragione apparente, alcuna spiegazione razionale, tanto per chi tradisce che per chi è tradito, né si lascia classificare in alcun ordine. Il tradimento è molto più comune e diffuso di quanto si pensi, tanto che si potrebbe sostenere che tradire sia una delle possibili forme dell’intersoggettività. Comune e al tempo stesso complesso, il tradimento non è mai riconducibile a una sola ragione e ci pone di fronte alla più grande tragedia dei rapporti umani: l’inconoscibilità dell’altro. I tradimenti piccoli o grandi che siano, spesso inspiegabili e sconvolgenti, accendono all’improvviso i riflettori sulla nostra e altrui fragilità e comportano inevitabilmente sempre definizioni e ridefinizioni della nostra identità, ponendoci di fronte alla fatidica scelta di chi vogliamo essere per noi e per gli altri. La nascita di un “NOI” porta con sé la possibilità di tradimento, di separazione o rottura, poiché in ogni forma
dell’essere e dell’agire con l’altro ci sono zone oscure, aree segrete, margini di ambiguità senza i quali relazioni e interazioni non sopravvivrebbero, ma al tempo stesso fanno si che tradimenti drammatici o banali siano sempre in agguato. Il fatto stesso che dell’altro non possiamo mai avere una conoscenza certa e a tutto campo, che ogni relazione ha bisogno per sopravvivere di discrezione e segretezza reciproche, sta a dirci che non possiamo mai e sentirci sicuri di ciò che può accadere tra noi e
l’altro. Inoltre se è vero che non solo in ogni relazione, ma che in ogni interazione vengono alla luce parti sconosciute a noi stessi, non possiamo neanche essere sicuri noi non tradiremo mai, quindi il tradimento come gesto attivo o come azione subita è sempre relazionale ed è sempre possibile. Quando entriamo in relazione con l’altro, passo necessario al costituirsi della nostra identità, mettiamo in gioco il nostro desiderio con l’altro, ma anche il desiderio di non annullarci con l’altro. Esistiamo solo con e attraverso l’altro, ma se non esistessimo anche come individualità in modo relativamente autonomo, non potremmo mai incontrare l’altro. È in questo alternarsi dell’esserci e non esserci che si stabilisce la possibilità del confronto e della relazione con l’altro, ma anche la possibilità del tradimento. L’essere per sé e l’essere con l’altro sempre strettamente intrecciati, fanno si che ogni relazione sia inevitabilmente segnata dall’ambiguità, dall’ambivalenza e dall’incertezza. Ho scelto dunque di guardare a tutti quei tradimenti che nella vita quotidiana, più che frutto di passioni travolgenti o astute macchinazioni sono il prodotto dell’essere con l’altro, delle diverse e possibili modalità in cui avviene l’incontro, a quei tradimenti che fanno parte del gioco della vita, che sono ineliminabili da ogni forma di intersoggettività. La rilevanza sociale del tradimento, la sua significatività e la sua valutazione morale cambiano a seconda degli ordigni simbolici e dei contesti di storici in cui essa avviene. Quindi alla definizione sociale del tradimento concorrono oltre al sistema generale di valori, anche le regole e gli standard che i concreti soggetti si danno. I significati del
verbo tradire sono vari: venir meno ai doveri più sacri, a un impegno morale o giuridico di fedeltà e di lealtà, rivelare o divulgare cose che si doveva tenere segreta, deludere agendo in modo contrario al l’aspettativa e alla convenienza. Ma il significato originario è quello dal latino “tradere”,ovvero “consegnare”, nel significato
di consegnare ai nemici. Il tradimento è comunque sempre un atto, un’azione che cambia l’andamento e il senso dei rapporti fra le persone, spezza vincoli e parti, delude fiducia e aspettative, rinnega appartenenze, quindi per natura è relazionale, poiché presuppone l’altro. Il tradimento comporta uno spiazzamento, uno
sconvolgimento nella geografia delle posizioni che i soggetti assumono all’interno delle relazioni, produce derive non solo emozionali, ma anche identitaria che impongono la ricomposizione delle mappe. Chi subisce un tradimento, di qualsiasi tipo esso sia, non può sfuggire al senso di vuoto che si accompagna al non saper più chi si è e dove ci si trova. “Che ci faccio qui? “ si chiede immediatamente chi scopre di essere stato tradito, proprio perché si trova all’improvviso senza una casa. Il tradimento presente distrugge tutto ciò che è stato precedentemente condiviso e la parte di sé che si è consegnata e affidata all’altro viene strappata via. I tradimenti accadono quando in un modo o nell’altro si oltrepassano i confini del “NOI”, quindi per tradire bisogna prima appartenere, così si può definire tradimento solo quell’azione che rompe una relazione fiduciaria volontaria e consapevole.

Il tradimento è un processo che avviene in uno spazio e in un tempo condiviso, costruito insieme con l’altro, sia questo un unico individuo o un insieme, gruppo amicale, famiglia, comunità, nazione. Da ciò si può intuire che il tradimento comporta sempre una fuoriuscita da un rapporto, da un insieme, ma non è tanto un’aggressione verso ’altro quanto un’azione diretta, più o meno intenzionalmente, alla distruzione di quella relazione o all’allontanamento dal rapporto. Il tradimento proprio perché relazionale, si dà quasi sempre grazie alla collaborazione attiva consapevole o inconsapevole dei soggetti, del tradito e del traditore, ma si collabora al tradimento anche quando ci si affida totalmente all’altro permettendo di essere manipolati e
sedotti. La collaborazione psicologica è una variante sottile e per nulla rara del puro e semplice tradimento, possiamo spingere gli altri a tra dirci con il nostro atteggiamento passivo o perché vogliamo che l’altro interpreti per noi e con noi il ruolo del traditore.
Si collabora al tradimento attivamente anche negando l’esistenza, ignorando consapevolmente o inconsapevolmente attraverso varie forme di autoinganno, in questi casi il tradimento non è solo sostenuto da ambedue le parti, ma diventa una modalità del rapporto stesso che si mantiene in vita proprio grazie a quel volontariato chiudere gli occhi e al fatto che all’interno della relazione si è stabilizzata una precisa
divisione dei ruoli fra tradito e traditore. Il tradimento è in agguato in ogni forma di comunicazione e ogni comunicazione ne contiene il rischio, non mi riferisco all’uso voluto di parole e discorsi fallaci concepiti per trarre l’altro in inganno, quanto alla percezione di ciò che vietava detto. Nella comunicazione c’è ambiguità data di non solo dal moltiplicarsi di significati, ma anche dalle infinite interpretazioni possibili che cambiano non solo a seconda dei soggetti coinvolti dalla comunicazione, ma anche in virtù del tipo di interazione che questi stabiliscono tra loro. Il non sapere mai sino in fondo come l’altro si pone nei nostri confronti e come noi ci poniamo ne suoi, il “non sapere la relazione” produce disturbi, interferenze, inferenza scorrette all’interno di ogni comunicazione e dà luogo a malintesi. In questa inconsapevolezza dell’altro è di sé con l’altro s’insinua non solo il malinteso, ma la possibilità di tradimento, interpretabile come un venire meno alle aspettative e della fiducia riposte nella comunicazione.

Si può parlare di tradimento se chi è stato tradito non ne verrà mai a conoscenza? Certamente no, se il tradimento si basa solo nella consapevolezza, come avverte Shakespeare attraverso le parole di Otello: Chi è derubato senza sapere che cosa gli rubano è come se non fosse derubato affatto. Ma se si guarda il tradire come a una modalità di relazione, non si potrà negare che, anche se ne è a conoscenza uno solo dei soggetti, il tradimento cambiando comunque i rapporti e gli individui. Il tradimento è luogo di asimmetria: l’asimmetria fra le nostre aspettative e la realtà, fra l’immagine che abbiamo dell’altro, fra la nostra sensibilità e la conoscenza che ha di noi l’altro, fra la nostra lettura dei gesti e parole e ciò che, invece quei gesti e quelle parole intendevano comunicare, fra chi muta e chi non vuole cambiare, fra attenzione e disattenzione. Ma questa reciprocità è annullata dall’asimmetria della percezione del tradimento, dall’asimmetria fra velocità e velocità del mutamento dell’uno e la lentezza della messa a focolare sul cambiamento da parte dell’altro. Il tradimento è asincrono, i tempi on sono mai si cronici, infatti per chi sa di tradire, il tempo appare lunghissimo e spesso lo accelera di proposito lasciando tracce intenzionalmente per essere scoperti e porre un limite a un tempo che sembra non passare mai, per chi scopre di essere tradito, invece tutto si consuma in un attimo.

Nella letteratura e nella storia, da Giuda in poi, non esistono figure positive di traditori o tradimenti che non
siano riconducibili alla cattiveria o a qualche perversione. La stessa psicoanalisi tende a trattare il tradimento come una patologia, avvalorando tra l’altro l’idea sempre più diffusa nel senso comune che esistano personalità più di altre portate di tradire. Il tradimento deriverebbe da eventi della storia personale, da un difetto di socializzazione, sarebbe il sintomo di una personalità disturbata e in quanto sintomo-disturbo, può essere curato, allontanato, evitato. Paradossalmente la psicoanalisi che nasce come scienza dell’ambivalenza, dell’indicibile che un secolo fa ha infranto il mito di una coscienza trasparente a se stessa, dinanzi al tradimento si rifugia dietro una patologia. Inoltre trattato come sintomo di una personalità disturbata o sofferente, il tradimento si riduce al gesto, alla scelta di un singolo e non riguarda più la dimensione relazionale. IL tradimento viene così negato come prodotto consapevole o inconsapevole di rapporti relazioni, interazioni. Fra le esperienze intersoggettive, il tradimento è certamente fra la più cariche di emozioni, solo l’amore, cui spesso fra l’altro si accompagna, comporta la stessa complessità e forza emotiva. Inoltre il tradimento è la minaccia più temibile verso l’ordine sociale, è la rottura più significativa di un ordine simbolico, perché minaccia la sopravvivenza della stessa relazione e del gruppo. Infatti l’incertezza pende il posto di ogni precedente sicurezza e tutto appare fragile, precario e illusorio, in questo senso, il tradimento è anche un’esperienza traumatica che destabilizza l’identità, perché nello stesso tempo sono messe in discussione la fiducia interpersonale e in se stessi. Inoltre il tradimento ci scopre vulnerabili, mette a nudo la nostra fragilità e la nostra dipendenza, pur nella conclamata autonomia. Confusione, smarrimento, solitudine si accompagnano all’immediata consapevolezza dell’abbandono: essere tradito vuol dire infatti innanzitutto essere abbandonati. Per quanto si possano innescare emozioni negative rivolte all’annullamento dell’altro, come l’ira, la rabbia, il disprezzo, l’odio e il risentimento che, inevitabilmente il tradimento scatena sempre anche emozioni negative verso se stessi. Essere traditi denota un’immediata perdita di autostima, ci si sente sminuito, disprezzati e persino colpevoli di avere in qualche modo commesso qualcosa per aver meritato il tradimento, si può così scivolare nella depressione e nell’autocompassione, mentre velocemente cresce l’immagine di sé come vittima, incapace di capire cosa le succede intorno e dell’altro come infido e malvagio. Si crea così un alternarsi di emozioni negative ora rivolte verso l’altro e ora verso noi stessi, in un oscillare tra desiderio di vendetta e di autoconsapevolezza. L’ira e la rabbia sono emozioni con cui si riesce in qualche modo a stabilire il rispetto di sé e a conservare la propria dignità, perché il soggetto si ridefinisce come persona in grado di non subire, ma di tenere l’interazione sotto controllo, di passare da vittima a protagonista.

Vorrei concludere questo post dando un suggerimento a chi è stato vittima di tradimento: si deve lavorare molto per riprendere il filo della propria narrazione e per superare il trauma dell’interruzione, ciò è possibile solo riconoscendo e accettando il sé tradito, senza rinnegarlo. Reagire al tradimento tradendo, rinnegando a nostra volta tutto ciò che è accaduto prima, disconoscendo sia se che l’altro, comporta una devastazione della propria identità ancora più profonda, perché comporta il tradimento di sé.

Powered by WordPress & Theme by Anders Norén

Translate »